C’è la Old Wave, c’è la New Wave, e c’è David Bowie

Avendo vissuto la mia adolescenza nei primi anni ottanta  ho ascoltato David Bowie  per la prima volta quando uscì “Let’s Dance”,

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e appena vidi il video del singolo che da il nome all’Lp ovviamente mi innamorai immediatamente (artisticamente parlando) di questo bizzarro personaggio.

Con la nascita di Videomusic nel 1984, la mia curiosità per il Duca bianco (mai soprannome fu più azzeccato) cresceva, grazie anche al “bombardamento” mediatico dei suoi video come “China girl”,

“Modern Love” e naturalmente Let’s dance.

Mi ricordo che due anni dopo anche Rai tre in un suo storico programma domenicale serale intitolato “Concertone”  mandò in onda il video ufficiale del tour 1983 intitolato “Serious Moonlight”, accrescendo ulteriormente il mio interesse.

La mia passione per Bowie devo dire la verità (non me ne vogliano i fan della prima ora) non abbraccia il periodo fine sessanta e prima metà anni settanta ( periodo “Ziggy Stardust” e dintorni per intenderci) ma quello che parte dalla trilogia berlinese. Bisogna sottolineare al riguardo che a differenza di molti suoi illustri colleghi sempre fedeli (forse troppo) al proprio stile (vedi gli Stones per fare un esempio), il Duca bianco  ha sempre precorso i tempi trovandosi ogni volta un passo avanti alle mode musicali in continuo movimento. Proprio dalla seconda metà degli anni settanta (pioneristicamente parlando) egli apre la strada a molti gruppi che esploderanno successivamente come i Depeche Mode, (David Gahan viene scelto dalla band in seguito ad una sua cover di “Heroes” in un club), gli Ultravox (il cantante Midge Ure realizza una cover di “The Man Who Sold the World”)

e anche i Duran Duran, che realizzano una favolosa cover di “Fame”.

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Delimitando la sfera di competenza agli ottanta cito un curioso aneddoto sul  Duca bianco e su colui che venne indicato all’epoca come un suo “non ufficiale” adepto, Gary Numan (chiaramente ispirato in tutto al Bowie della trilogia berlinese), la nuova star nascente della new wave britannica  fine anni settanta e primi ottanta.

Lo stesso Numan racconta che  nel periodo all’apice della sua carriera Bowie rilasciò un ‘intervista dove apprezzava il lavoro del giovane “discepolo”, criticandolo però   sulla sua “clonazione” ritenuta dal mentore ormai demodé per gli anni ottanta, anche se vent’anni dopo in un’altra dichiarazione il duca bianco tornerà  sui suoi passi apprezzando i lavori dell’ex- enfant prodige che tanto aveva mutuato da lui.

Molte band già dagli anni settanta comunque attingono indirettamente da Bowie, come il gruppo britannico “Warzaw”, che prende il suo nome proprio dal brano presente in “Low” e che cambierà successivamente in “Joy Division”. Va sottolineato che David Robert Jones (questo è il vero nome del Duca, per chi non lo sapesse) si è sempre dissociato  dal ruolo di “faro guida musicale” anche se lo ha comunque ricoperto suo malgrado, almeno vedendo molti artisti degli anni ottanta (Steve Strange dei Visage o Iva Davies degli Ice House)  o  novanta (come Trent Reznor dei Nine Inch Nails o Brian Molko dei Placebo). Oggettivamente, o comunque “ridimensionando”, non si può negare in ogni modo che senza lui un certo tipo di musica alternativa avrebbe avuto lacune incolmabili e quindi (citando il titolo di questo articolo mutuato dalla RCA usato all’epoca per il lancio promozionale del disco “Heroes”) è proprio  il caso di affermare “C’è la Old Wave, c’è la New Wave, e c’è David Bowie”.

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