“A celebration” U2: 40 anni e non sentirli

 

 

In questi giorni si parla molto della “celebrazione” dei quarant’anni di attività degli U2, una delle rock band più famose al mondo, e mi sembra quindi doveroso focalizzare la mia attenzione specialmente sulla loro ascesa negli anni ottanta. Le origini della band risalgono al 1976, quando il batterista Larry Mullen (all’epoca quattordicenne) mette un annuncio nella scuola “Mount Temple School” di Dublino per formare una band al quale rispondono il chitarrista David Howell Evans, alias (The Edge), suo fratello Dick Evans, Adam Clayton che suona il basso e infine un giovane cantante/chitarrista di nome Paul David Hewson, soprannominato Bono Vox (da un negozio di apparecchi acustici di Dublino, il Bonavox). Il gruppo decide di chiamarsi “Feedback” e successivamente “The Hype”, riducendo poi l’organico a quattro elementi dopo la defezione di Dick Evans che nel 1978 formerà da lì a poco i “Virgin Prunes”.

A questo punto la band cambierà nuovamente nome (questa volta definitivamente) e si chiamerà “U2”, (suggerito dal cantante della band punk rock The Radiators Steve Averill) come l’aereo-spia americano abbattuto nel 1960 durante una missione di spionaggio nell’Unione Sovietica.

Nel 1978 gli “U2” conoscono Paul Mc Guinness e in questo periodo realizzeranno il loro primo EP “Three”, al quale seguirà nell’ottobre del 1980 l’ album d’esordio intitolato “Boy”, prodotto da Steve Lillywhite. Il divario tra il primo EP è “Boy” è notevole, bisogna infatti sottolineare  che l’operato di Lillywhite è alquanto innovativo e a tal proposito esemplare sarà la produzione del terzo disco di Peter Gabriel, dove ogni suono viene compresso, rielaborato e studiato al millimetro (basti pensare alla batteria di Phil Collins sul brano “Intruder”).  Il marchio di fabbrica del giovane produttore è allinearsi con la musica di tendenza (in questo periodo è la new wave naturalmente) senza snaturare però la personalità originale di ogni artista. Il sound genuino del gruppo così affiora in superficie naturalmente sposandosi perfettamente con le nuove correnti musicali che Lillywhite gestisce con grande maestria: il suono peculiare della chitarra di “The Edge” intrecciata alla voce passionale di Bono e alla potente sezione ritmica delinea già dal principio lo stile unico (anche se non ancora maturo) della giovane band irlandese che può già contare nel proprio repertorio futuri evergreen come “I Will Follow” e “A Day Without Me”.

Gli U2 nel 1981 proseguono il loro percorso sotto i migliori auspici con una serie di concerti e un nuovo album in cantiere (sempre sotto l’egida di Lillywhite): “October”, che vede la luce nel mese di ottobre è un disco considerato di “transizione”, sulla falsariga dell’album d’esordio, anche se ne fanno parte gioielli come  “Gloria” e la struggente “October” che dà il nome all’intero album.

Squadra vincente (almeno fino al 1983) non si cambia e, sempre supervisionati dal produttore dei dischi precedenti  esce finalmente “War”, il terzo Lp simbolo di una forte ripresa da parte della band rispetto ad “October” e un passo in avanti rispetto alla produzione generale, specialmente sul piano dei testi dai quali traspare un impegno politico già in canzoni simbolo come “Sunday Bloody Sunday”, e dove finalmente esplode la vera intensa  voce di Bono. La promozione del nuovo disco sarà coadiuvata da un tour documentato dall’album live “Under a Blood Red Sky” e dal video “Live at the Red Rocks”, quest’ultimo registrato il 5 giugno 1983 durante il concerto di Denver (Colorado) nella splendida cornice dell’anfiteatro roccioso di “Red Rocks”.

Video. U2 Sunday Bloody Sunday at Red Rocks 1983

Arriviamo così al 1984,  anno della svolta che permette alla band di Bono e compagni un salto di qualità con l’album “The Unforgettable Fire”. La band decide in questo nuovo lavoro di cambiare produttore, non perché insoddisfatta di Lillywhite, ma perché intimorita di restare ancorata all’immagine di una classica band rock del momento, cercando quindi nuovi orizzonti musicali, e chi meglio del genio di Brian Eno e del suo allora sconosciuto collaboratore, il canadese Daniel Lanois? Il nuovo duo imprime il suo tocco magico udibile già dal suono della chitarra di The Edge, che si fa più eterea e meno compressa, mentre i testi sono meno diretti e assumono una maggiore struttura poetica (un esempio su tutti è sicuramente “Bad”). Lanois è la controparte di Eno in questo disco, il primo infatti mantiene un atteggiamento più convenzionale rispetto al secondo che si contraddistinguerà sempre per il suo inconfondibile spirito avanguardistico; un team che  fonderà così  il rock puro stile U2 e la musica sperimentale. Sarà proprio il brano “Pride” (prima traccia dell’album) a farmi conoscere questi musicisti irlandesi nell’inverno del 1984, proprio quando il gruppo non ancora famoso in Italia è in procinto di esibirsi per la prima volta nel nostro Paese, come vediamo in questo filmato d’epoca dove Rick Hutton annuncia l’imminente tour di ottobre nelle città di Bologna e Milano in una puntata della  trasmissione di Rock Report andata in onda su Videomusic nel 1984, anche se per la cronaca queste date verranno   slittate a febbraio dell’anno dopo (clicca qui per recensione della data di Bologna).

Videomusic - Rock Report (Ottobre 1984)

Con l’avvicinarsi intanto delle vacanze natalizie del 1984 Sir Bob Geldof, cantante irlandese dei Boomtown Rats, il 24 novembre riunisce a Londra un nuovo supergruppo battezzato col nome di Band Aid, formato dai musicisti pop e rock più famosi del momento per registrare un singolo, i cui proventi della vendita serviranno a raccogliere fondi per combattere il flagello della fame in Etiopia. Potete immaginare che per me e per tanti altri adolescenti dell’epoca era un sogno che si realizzava, poter vedere schierati insieme cotanti artisti; in quell’occasione che tra Simon Le Bon, Boy George, Sting e tanti altri, vedo per l’ennesima volta questo quasi misconosciuto personaggio di nome Bono Vox, che con la sua potentissima voce avrebbe negli anni a venire messo in ombra molte tra quelle stelle del momento che in quel giorno registrarono “Do They Know It’s Christmas?”.

Video.  Band Aid "Do They Know It's Christmas?" 1984

Sempre sulla scia del progetto “Band Aid” il 13 luglio 1985 nelle città di Londra (Stadio di Wembley) e Filadelfia (Stadio JFK) viene organizzato un super concerto dei musicisti più famosi del pianeta: il “Live Aid”. Sarà proprio questo evento storico che dimostrerà a tutto il mondo la potenza degli U2 e il grande carisma di Bono che, al pari di Freddy Mercury, in quella giornata catalizzerà l’attenzione del pubblico presente a Wembley e quello davanti ai teleschermi di tutto il mondo.

U2 Live Aid 1985

Dopo il Live Aid anche al sottoscritto il nome “U2” e il personaggio di Bono cominciano ad essere sempre più familiari e i primi mesi del 1986 confermano la presenza costante del cantante anche fuori dal contesto del suo gruppo, come l’apparizione in veste di ospite speciale nel nuovo video degli irlandesi Clannad intitolato “In the life time”.

Da quel momento in poi non ho più notizie della band fino alla primavera del 1987 quando le emittenti televisive e radiofoniche cominciano a trasmettere un nuovo brano intitolato “With or without you” che anticipa l’uscita di quello che sarà il disco più famoso degli U2, ossia “The Joshua Tree”, che sancirà la collaborazione col duo Eno/Lanois, anche se  le tracce qui presenti avranno un suono meno sperimentale e più fisico (una sorta di viaggio nelle radici del rock americano). Questa volta  a differenza delle precedenti produzioni, i mass-media nostrani dedicano più attenzione ai musicisti irlandesi, promuovendo inoltre il loro imminente tour europeo che vedrà come prima tappa assoluta proprio la città di Roma e a seguire Modena con altre due date. Questi concerti comunque non avranno molta risonanza se paragonati a quelli degli anni a venire e a riprova di questo l’annuncio di un dj (purtroppo non ricordo la stazione radio) che una settimana prima dell’evento diceva di affrettarsi perché i biglietti per il concerto romano stavano finendo, e stiamo parlando di uno stadio relativamente piccolo come il  “Flaminio”, dalla capienza approssimativa di 30.000 spettatori (oggi impensabile per gli U2).

Proprio di questo concerto romano degli U2 si parlerà anche negli anni successivi, in particolare tra i residenti del quartiere Parioli, spaventati la sera di quel 27 maggio 1987 dall’eccessiva potenza sonora  e decibel tanto alti che fecero tremare le loro abitazioni (c’è chi pensò a scosse di terremoto) .

L’anno successivo è la volta dell’album “Rattle and Hum” e dell’omonimo film documentario sul tour statunitense di “The joshua tree” che esce anche nelle sale cinematografiche. Il disco alterna ai live estratti dal tour anche inediti come la bellissima “All i want is you” il cui video è girato sulle spiagge di Ostia (una curiosità per gli appassionati: Paola Rinaldi, la protagonista del clip in questione,  è l’attrice che qualche anno prima aveva interpretato la fidanzata di Carlo Verdone nel film di Alberto Sordi “In viaggio con papà”).

Dopo l’uscita di “Rattle and Hum” gli U2 sono di nuovo in concerto con il “The Love TownTour” (appendice del “Joshua Tree Tour”) che tocca l’Australia e alcune città europee salutando così gli anni ottanta.

Il percorso lastricato d’oro però non finisce qui: la band che dopo la cover “Night and day” di Cole Porter (i cui proventi andranno in beneficenza) realizzano nel 1991 “Achtung Baby”, un disco ancora più radicale dei precedenti, dove è presente una forte influenza della musica elettronica: sarà infatti lo stesso Eno (ancora qui in veste di coproduttore insieme a Lanois) ad incoraggiare la band per spingersi oltre rispetto a quello già fatto in precedenza. Il successo del disco è paragonabile a quello di “The Joshua Tree”, seguito da un tour mastodontico (Zoo tour) che girerà tutto il mondo (ovviamente Italia compresa) e durante il quale uscirà in contemporanea anche un altro disco intitolato “Zooropa”.

Nel corso degli anni successivi seguiranno brani come “Until the end of the world”, colonna sonora dell’omonimo film di Wim Wenders e “Hold Me, Thrill Me, Kiss Me, Kill Me” inserito nella colonna sonora come “Batman Forever”, mentre per il successivo album bisognerà attendere il 1997 con  “Pop”.

Il nuovo millennio si apre con “All That You Can’t Leave Behind”, dove ricompaiono Eno e Lanois affiancati questa volta da altri produttori.

Il 2004 è l’anno di  “How to Dismantle an Atomic Bomb” al quale segue “No Line on the Horizon” (2009) e l’ultimo “Songs of Innocence” pubblicato nel 2014.

Nel 2016 gli U2 sono una band ancora attiva e proprio in questi giorni di festeggiamenti sta preparando ai suoi fan un nuovo regalo: l’uscita di “Songs of Experience”, il nuovo album al quale   contribuirà in alcune fasi del missaggio anche   lo storico produttore Steve Lillywhite, mentre per l’anno prossimo è previsto il nuovo tour.

Happy birthday U2

Video. “40” live at the Red Rocks 1983
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Stranger things: tra fantascienza e musica attraverso una “porta” temporale sugli anni ottanta

 Foto – fonte internet

 

Curiosando su internet noto sempre più con piacere che molti siti volgono il loro benevolo sguardo verso le decadi passate rendendole dei tributi con programmi, film o serie tv, e proprio al tal proposito alcuni amici (conoscendo la mia passione smodata per gli anni ottanta) mi hanno indirizzato verso una nuovissima serie televisiva fantasy/horror ambientata proprio in quegli anni ed  intitolata “Stranger things”.

Gli autori, i fratelli statunitensi Matt e Ross Duffer (classe 1984), hanno omaggiato negli otto episodi della prima stagione in tutto e per tutto  gli anni ottanta e dintorni attraverso citazioni (dirette e non) di alcune pellicole cult dell’epoca come:  “La cosa” di John Carpenter, “Alien” di Ridley Scott, “La casa” di Sam Raimi, “E.T” di Steven Spielberg, “Nightmare” di Wes Craven, “Stati di allucinazione” di Ken Russell, “It” di Tommy Lee Wallace e “Stand by me” di Rob Reiner.

Evitando accuratamente i famigerati “spoiler” posso anticipare solo che il racconto di “Stranger things” si sviluppa in quel di Hawkins, una  tranquilla cittadina (fittizia)  dell’Indiana, dove il dodicenne Will Byers  scompare in circostanze misteriose, e sarà proprio questa sparizione il fulcro da dove si dipanerà la trama.

Da spettatore ho apprezzato di questa serie (che fra l’altro si avvale di due presenze importanti come Winona Ryder e Matthew Modine)  la sceneggiatura decisamente originale, supportata (ed è questo uno dei suoi punti di forza) da una colonna sonora creata a firma di  Kyle Dixon e Michael Stein (con echi che ci riportano ad artisti come Tangerine Dream e John Carpenter) e da brani d’epoca  accuratamente scelti che vedono artisti tra i quali New Order,  Joy Division, Foreigner, Echo and the Bunnymen e tanti altri.

Essendo un consulente musicale è stata troppo forte la tentazione quindi di stilare una mia lista di canzoni immaginando di inserirle come colonna sonora per un ipotetico racconto ambientato anch’esso nella metà degli anni ottanta, con  protagonisti dei teenager americani di una cittadina “x” degli Stati Uniti dove accadono  eventi misteriosi.

Per chi ha visto la serie (e come me è in attesa della seconda stagione) sono curioso di sapere se la mia personale  set-list potrebbe adattarsi a un racconto come “Stranger Things” e, per chi ancora non la conoscesse, vorrei si godesse questa “sequenza” di  brani scelti dal sottoscritto con la speranza che  il tutto vi sia gradito.

Buon ascolto

The Doors "Strange days"

Yes “Owner of a Lonely Heart”

The Psychedelic Furs "Love my way"

Tuxedo moon "In a manner of speaking"

Gary Numan "Down in the park"

The Cure " A short term effect"

Wang Chung   "Dance Hall Days"

Animotion: “Obsession”

Eurythmics " This City Never Sleeps”

Peter Gabriel "We Do What We're Told (Milgram's 37)"