Le sigle dei cartoni animati e telefilm “spaziali” che hanno segnato un’epoca

Dopo aver dedicato il precedente articolo alla musica spaziale mi sembra doveroso oggi menzionare le sigle di telefilm e cartoni animati nati tra gli anni settanta e ottanta che hanno avuto sempre come spunto narrativo le frontiere inesplorate del cosmo.

Elencare tutte le sigle televisive sarebbe un’impresa titanica anche se nella mia playlist  (clicca qui per vederla) ne ho raccolto un gran numero citando quelle che per me hanno avuto maggiore importanza,  non parlando però di quelle come “Jeeg Robot” (i mostri di roccia fanno parte del sottosuolo terrestre) o Lupin III che non hanno avuto come loro “trait d’union” lo “spazio”, per non rischiare più che altro di andare fuori tema.

Partendo dalla mia memoria fanciullesca come non citare la sigla di colui che per primo (solo per apparizione e non per anno di realizzazione) in Italia nel 1978 aprì il sentiero verso i cartoni animati nipponici spaziali: ovvero il mitico “Goldrake” (o per essere più precisi  Grendizer, ma questa è un’altra storia). Il 45 giri “Ufo Robot” (da me consumato all’inverosimile nell’anno di grazia 1978) ancora oggi  viene considerato un ever-green ed è regolarmente suonato  nelle serate revival, un disco del quale fa parte anche la traccia  “Shooting Star”, uno dei lati “b” più amati dagli estimatori del genere, dove il talento del grande Ares Tavolazzi (bassista del leggendario gruppo “Area”) si manifesta in una trama di note (supportate egregiamente dal lavoro dell’autore Luigi Albertelli e dell’illustre collega Vince Tempera) che tengono col fiato sospeso dall’inizio alla fine del brano.

Video. Actarus - Ufo robot (1978)
Audio. Actarus -  “Shooting Star” (1978)

La seconda stagione di Atlas Ufo Robot (in Italia la serie fu divisa in due e mandata in onda a distanza di quasi un anno) vede invece come sigla di apertura “Goldrake” cantata dal gruppo “Actarus” dove si celano ancora Albertelli/Tempera, ed ottiene un notevole successo pur non eguagliando il suo predecessore. Sul capitolo “Atlas Ufo Robot” ovviamente ci sarebbe da scrivere un libro, ad esempio sulla diatriba tra i fan legati al vecchio doppiaggio italiano e quelli fedeli ad una traduzione più vicina all’originale giapponese (sui nuovi dvd in commercio sono presenti entrambi) ma bando a polemiche sterili vorrei invece soffermarmi su una curiosità, ossia l’associazione del nome “Goldrake” a quello del grande Peppino De Filippo (si, proprio lui, il fratello di Eduardo)  due nomi che neanche nella fantasia avrei affiancato e che invece all’epoca furono legati perché l’attore napoletano (un mese prima di morire) presentò intorno al periodo natalizio del 1979 i nuovi episodi che avevano per protagonista il mitico Actarus  all’interno del programma-contenitore televisivo Rai intitolato “Buonasera con..” , una chicca da intenditori che solo un over anta come me poteva ricordare.

Video. Actarus – Goldrake  (1978)

Parlando  di Atlas Ufo Robot è inevitabile il riferimento alla  “Trilogia Nagaiana” (creata appunto dal giapponese Go Nagai)  della quale fanno parte anche “Mazinga z” e “Il Grande Mazinger”. In Italia ci fu una certa confusione sulla trama che legava questi tre personaggi dato che Goldrake (ultimo personaggio della saga in ordine di apparizione) fu il primo ad essere visto nel nostro Paese, oltre al cambio di nome del pilota Koji Kabuto (il pilota di Mazinga) chiamato Ryo in Mazinga Z – Alcor in Goldrake, venendo a mancare così un filo  conduttore che non poco  confuse i fan. La sigla italiana de “Il Grande Mazinger” è cantata dai “Superobots” e contiene nel lato “b” niente di meno che la cover di “Jeeg Robot”, uscita quasi contemporaneamente a quella originale eseguita invece dai “Fogus” (pseudonimo di Roberto Fogu).. La sigla italiana di Mazinga z fu scritta invece da Dino Verde su arrangiamento di Detto Mariano nel 1980 ed è interpretata dal “Galaxy Group” con Enzo Polito alla voce, cantante che ritroveremo sempre insieme a Detto Mariano nella canzone “Astroganga”, sigla dell’omonimo cartone animato edito in Italia nel 1980 (anche se creato nel 1972) un robot dalle caratteristiche decisamente minimali (già “fuori tempo” a dir la verità per l’anno in cui uscì in Italia) e che  avrà un discreto successo, anche se non paragonabile ai “mostri sacri”, e sempre al riguardo di questo brano un’altra piccola curiosità: l’intro musicale di Astroganga verrà anche riutilizzato nel film “Cornetti alla crema” (clicca qui per il link della scena) la cui colonna sonora è ad opera sempre di Detto Mariano.

Video. Superobots - Il Grande mazinga (1979)
Video. Galaxy Group - Mazinga z (1980)
Audio. Galaxy Group – Astroganga (1980)

Con  l’ondata anomala animata che in quei anni travolgerà la nostra Penisola (e non solo) arriva anche “Capitan Harlock” creato dal fumettista e animatore giapponese Leiji Matsumoto. La sigla italiana viene creata dal collaudato trio Albertelli/Tempera/Tavolazzi con il supporto del batterista Ellade Bandini (collaboratore storico di Francesco Guccini e Fabrizio De André)  sotto lo pseudonimo de “La Banda dei Bucanieri” (del quale il sottoscritto possiede ancora il mitico vinile blu)  e rientra a pieno titolo nelle sigle più amate  in assoluto.

Video. La Banda dei Bucanieri -  Capitan Harlock (1979)

Oltre ai cartoni animati anche i telefilm a tema spaziale ebbero un notevole seguito in questi anni, ed a  tutto questo interesse contribuirono sicuramente anche le imprese che in quel periodo si stavano intraprendendo in campo tecnologico già a partire dagli anni sessanta, le quali  avevano ispirato inoltre precedenti serie televisive come  “Star Trek” e “Ai confini della realtà” o film del calibro di “2001 Odissea nello spazio”. Negli  anni Settanta tali produzioni  furono ulteriormente  incrementate con i telefilm “UFO”, “Project Ufo”, “Battlestar Galactica”, “Buck Rogers” e il mitico “Spazio 1999”,   di cui i fratelli De Angelis alias “Oliver Onions” realizzarono la sigla italiana e dove, udite udite, nella prima stagione coprodotta dalla Rai compaiono anche attori italiani come Orso Maria Guerrini il mitico baffo d’oro testimonial della birra Moretti.

Video. Oliver Onions - Spazio 1999 (1979)

Foto. Orso Maria Guerrini: Spazio 1999 e oggi

Nei miei ricordi  di bambino altre sigle  lasceranno su di me un grande impatto emotivo come quella del mitico “Doctor Who” (serie televisiva britannica nata negli anni sessanta e attiva ancora oggi) che  approda in Italia a fine anni settanta col volto dell’attore Tom Baker (il  più conosciuto da noi).

Video. Sigla Doctor who

Sul fronte orientale invece i  giapponesi, non contenti del loro primato fantascientifico attraverso le anime,   realizzano  sulla scia del successo del film “Star Wars” telefilm come “Guerra fra galassie” (la sigla fu eseguita dai “Superobots”), trasmessa a fine anni settanta e andata in onda  quasi contemporaneamente su “Quinta Rete” (ora Italia uno) dove sono presenti non poche analogie con il film di George Lucas, ovviamente con risultati non paragonabili ma non per questo da trascurare.

Foto. Star Wars/Guerra fra galassie. 
Trova le analogie...
Video.  Superobots - Guerra fra galassie (1979)

Nella lunga lista delle sigle (cliccate qui per visionarne tutti i video) una di quelle che rientra nella rosa delle mie preferite è “Daitarn 3” dove ricompaiono i re mida Luigi Albertelli, e  Vince Tempera, coadiuvati alla batteria sempre dal mitico Ellade Bandini e dal gruppo de “I Micronauti” (interpreti successivamente anche di “Capitan Futuro”).

Video. I Micronauti - Daitarn 3 (1980)

Una piccola parentesi andrebbe aperta anche sul fatto che questi cartoni animati servirono  come trampolino di lancio per cantanti come  Fabio Concato  che collaborò come corista e cantante solista nell’album  colonna sonora di “Atlas Ufo Robot”. Un altro volto noto che arriva dal mondo delle anime è presente anche nei crediti del 45 giri “Danguard”, dove figura come interprete sulla copertina “Veronica”, una giovane quindicenne che dopo alcuni anni troverà la notorietà usando finalmente il suo nome completo: Veronica Pivetti.

Foto. Copertina del 45 giri “Danguard” (1979)

Per concludere in bellezza questa breve carrellata di memorie  non poteva mancare nel mio elenco una delle serie che ancora oggi  nutre una folta schiera di “adepti” e che  dal lontano 1979 prosegue il suo cammino inesorabilmente: “Gundam”.

La sigla in oggetto si riferisce alla serie TV “Mobile Suit Gundam” (Kidō Senshi Gandamu, “Gundam il guerriero mobile”) del 1979, brano scritto da Andrea Lo Vecchio, su musica ed arrangiamenti di Detto Mariano , con  Mario Balducci (alias “Peter Rei”) alla voce. L’attore e regista Maurizio Nichetti riutilizzerà questa sigla anche nel suo film “Ho fatto splash”, dove sempre Detto Mariano è il musicista che ne realizza la colonna sonora. Per la serie di Gundam alcune curiosità riguardano i problemi di diritti della prima messa in onda, poi risolti definitivamente con la seconda edizione trasmessa da Italia 1 nel 2004 con un nuovo doppiaggio linguisticamente corretto.

Video. Sigla Gundam (1980)
Video. Bambino guarda Gundam da "Ho fatto splash"(1980)

Il mondo delle sigle è naturalmente un territorio infinito da esplorare e le mie citazioni arrivano naturalmente fino ai miei ricordi che ho riversato sulla mia playlist  (se ne ho dimenticata qualcuna mandate un messaggio anche sul mio canale youtube), un collage di brani che ha letteralmente plasmato in parte  la mia generazione e anche quelle future.

Per tutta la playlist clicca su questo link

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Musica spaziale: dagli esordi della sperimentazione alle luci della “Disco”

I primi anni ottanta sono stati rappresentati musicalmente da molte band caratterizzate dall’uso  preponderante di strumenti elettronici a discapito di quelli classici che avevano contraddistinto il rock classico nelle decadi precedenti.

Questo approccio tecnologico in campo musicale che negli anni ottanta avrà il volto di band come Depeche Mode e Human League potrebbe far risalire le sue radici più lontane al cosiddetto “Space Rock”,  nato tra la fine  degli anni sessanta e gli inizi dei settanta, quando gruppi come  Pink Floyd o anche Bowie del periodo “Ziggy Stardust” inserirono nei loro testi riferimenti a tematiche spaziali accompagnate dall’uso sempre più frequente di sintetizzatori.

Lo “Space rock”  aprirà la strada alla cosiddetta “musica cosmica” che farà dei  sintetizzatori un vero e proprio marchio di fabbrica, il cosiddetto kraut-rock tedesco, appellativo coniato dalla stampa anglosassone per identificare appunto la “Kosmische Musik” rappresentata da gruppi come “Tangerine Dream” e “Kraftwerk”.

Audio. Tangerine Dream - Zeit (1972) FULL ALBUM

Negli anni successivi questa nuova corrente musicale s’espanderà comprendendo altri sottogeneri e pur non  presentando tratti distintivi sempre univoci  avrà come riferimento le tematiche spaziali/futuristiche. L’ulteriore evoluzione  di questo genere verrà  apostrofata anche come “space music” ed annovererà  artisti come  il greco Evangelos Odysseas Papathanassiou alias Vangelis (precedentemente tastierista degli “Aphrodite’s Child”) e il francese “Jean Michel Jarre” (figlio del più noto Maurice Jarre).

Video. Jean-Michel Jarre - Oxygene, Pt. 4 (1976)

Anche l’Italia non resterà  insensibile alle nuove tendenze  e a testimonianza della validità di alcune band nell’ambito della “musica spaziale” una menzione speciale meritano gli “Automat” , un  duo romano che sulla scia dei colleghi più illustri come i già citati Tangerine Dream, realizza nel 1978  un disco di musica elettronica con richiami a tratti “progressive”  che nulla ha da invidiare ad altre grandi band blasonate dell’epoca.

Audio. Automat - Automat (1978)[FULL ALBUM]

Alcuni artisti  non catalogati ufficialmente in questa nuova ondata musicale  hanno preso ispirazione dalla cosiddetta “musica spaziale”  e fra questi gli “Alan Parson Project” (ricordate l’album “I Robot”?) e il nostro connazionale “Giorgio Moroder”, uno dei massimi esponenti della musica elettronica che in qualche modo rappresenta uno dei raccordi  tra questo filone musicale spaziale e la nascente musica “disco”, che  andranno a confluire in un’altra ramificazione denominata “spacedisco”.

Audio. Giorgio Moroder - Battlestar galactica (1977)

Saranno i musicisti francesi ad avere molto rilievo in questa ultima fase della musica spaziale di derivazione disco: “Cerrone” con il suo futuristico 45 giri “Supernature”, il gruppo dei “Rockets” nati proprio in questo contesto futuristico, gli “Space” (band della quale i “Daft Punk” possono essere identificati come una sorta ideale di pronipoti) e la cantante francese “Sheila b and devotion” che con il brano intitolato non a caso “Spacer” omaggia questo “sottogenere” che da lì a poco chiuderà i battenti all’alba degli ottanta e con lui terminerà il suo ciclo di esistenza tutto il genere “space”.

Video. Cerrone - Supernature (1977)               

 

Video.   Space - Magic Fly – (1977)
Per la set list completa dei video clicca qui

Stranger things: tra fantascienza e musica attraverso una “porta” temporale sugli anni ottanta

 Foto – fonte internet

 

Curiosando su internet noto sempre più con piacere che molti siti volgono il loro benevolo sguardo verso le decadi passate rendendole dei tributi con programmi, film o serie tv, e proprio al tal proposito alcuni amici (conoscendo la mia passione smodata per gli anni ottanta) mi hanno indirizzato verso una nuovissima serie televisiva fantasy/horror ambientata proprio in quegli anni ed  intitolata “Stranger things”.

Gli autori, i fratelli statunitensi Matt e Ross Duffer (classe 1984), hanno omaggiato negli otto episodi della prima stagione in tutto e per tutto  gli anni ottanta e dintorni attraverso citazioni (dirette e non) di alcune pellicole cult dell’epoca come:  “La cosa” di John Carpenter, “Alien” di Ridley Scott, “La casa” di Sam Raimi, “E.T” di Steven Spielberg, “Nightmare” di Wes Craven, “Stati di allucinazione” di Ken Russell, “It” di Tommy Lee Wallace e “Stand by me” di Rob Reiner.

Evitando accuratamente i famigerati “spoiler” posso anticipare solo che il racconto di “Stranger things” si sviluppa in quel di Hawkins, una  tranquilla cittadina (fittizia)  dell’Indiana, dove il dodicenne Will Byers  scompare in circostanze misteriose, e sarà proprio questa sparizione il fulcro da dove si dipanerà la trama.

Da spettatore ho apprezzato di questa serie (che fra l’altro si avvale di due presenze importanti come Winona Ryder e Matthew Modine)  la sceneggiatura decisamente originale, supportata (ed è questo uno dei suoi punti di forza) da una colonna sonora creata a firma di  Kyle Dixon e Michael Stein (con echi che ci riportano ad artisti come Tangerine Dream e John Carpenter) e da brani d’epoca  accuratamente scelti che vedono artisti tra i quali New Order,  Joy Division, Foreigner, Echo and the Bunnymen e tanti altri.

Essendo un consulente musicale è stata troppo forte la tentazione quindi di stilare una mia lista di canzoni immaginando di inserirle come colonna sonora per un ipotetico racconto ambientato anch’esso nella metà degli anni ottanta, con  protagonisti dei teenager americani di una cittadina “x” degli Stati Uniti dove accadono  eventi misteriosi.

Per chi ha visto la serie (e come me è in attesa della seconda stagione) sono curioso di sapere se la mia personale  set-list potrebbe adattarsi a un racconto come “Stranger Things” e, per chi ancora non la conoscesse, vorrei si godesse questa “sequenza” di  brani scelti dal sottoscritto con la speranza che  il tutto vi sia gradito.

Buon ascolto

The Doors "Strange days"

Yes “Owner of a Lonely Heart”

The Psychedelic Furs "Love my way"

Tuxedo moon "In a manner of speaking"

Gary Numan "Down in the park"

The Cure " A short term effect"

Wang Chung   "Dance Hall Days"

Animotion: “Obsession”

Eurythmics " This City Never Sleeps”

Peter Gabriel "We Do What We're Told (Milgram's 37)"

Nile Rodgers e la grande festa della musica a Roma con Radio Capital

 

Ieri sera 8 settembre 2016, nella suggestiva cornice di Piazza del Popolo a Roma, ho potuto assistere al concerto del grandissimo Nile Rodgers   e dei suoi Chic, invitati da Radio Capital per festeggiare il ventesimo anniversario della famosa emittente radiofonica che trasmette (anche su canale televisivo) la musica vintage che da sempre mi appassiona.

 

Archivi Rai 1979: gli Chic ospiti del programma 
televisivo “Tilt” con Stefania Rotolo

La piazza alle 20:00 è già stracolma, anche se scommetto che alla domanda “Conosci Nile Rodgers?” diverse persone (almeno qui in Italia) scuoterebbero la testa ignorando la sua esistenza, ma sono altrettanto sicuro che basterebbe fischiettare alcune canzoni dove questo musicista è comparso come produttore o interprete per svelarne subito l’identità. Bisogna infatti puntualizzare che la carriera di questo artista (nato a New York nel 1952) risale ad oltre quarant’anni fa, anche se i primi grandi successi arriveranno verso la seconda metà degli anni settanta quando, insieme al bassista Bernard Edwards e al batterista Tony Thompson, fonderà nel 1976 (in veste di co-autore e chitarrista) gli “Chic”, una band orientata verso una commistione di musica funk/dance ed R&B.

La festa di Radio Capital ha inizio con i dj che intrattengono il pubblico romano attraverso le loro set list di brani vintage accuratamente scelti per l’avvenimento e intanto a sorpresa arriva prima della sua performance anche il grande Mr. Rodgers che, con il suo sorriso inconfondibile, fa capolino sul palco salutando i presenti per poi tornare immediatamente nel backstage.

I dj storici di Radio Capital a turno fanno gli onori di casa, fra cui  una Vladimir Luxuria in piena forma che   galvanizza ulteriormente la serata, mentre contemporaneamente sul palco si accingono a prendere postazione i 60 elementi dell’Ensemble Symphony Orchestra (chiamati in questa eccezionale occasione  per coadiuvare la band di Nile Rodgers)  i quali prima dell’arrivo del grande ospite mostrano il loro talento eseguendo una cover strumentale di “Music” (brano del 1977 di John Miles)   e accompagnando la cantante Meezy (vincitrice  il talent promosso da Radio Capital) nella cover del brano degli Eurythmics “I saved the world today”).

Dopo altri saluti e doverosi ringraziamenti i dj lasciano spazio al clou della serata con lo show degli Chic che vede in apertura “Everybody Dance”, seguita a ritmo vorticoso da “Dance, Dance, Dance” e “I Want Your Love”, tre cavalli di battaglia inclusi nei loro primi due album, un doveroso omaggio alle origini della band.

Il pubblico risponde più che positivamente all’energia di Nile Rodgers, il quale estrae dal cilindro anche i brani “I’m Coming Out” e “Upside Down”, che lo videro in veste di coproduttore insieme al compianto Bernard Edwards per la grandissima Diana Ross. Al termine dell’esibizione di queste due hit estratte dall’album “Diana” ed eseguite impeccabilmente dalle vocalist ufficiali, salgono sul palco due dj di Radio Capital (Massimo Oldani e  Paolo Damasio, in arte Mixo) che durante questa breve pausa intervistano Mr. Rodgers proprio sulla storia della collaborazione con la diva delle Supremes (anche se viene omesso naturalmente l’episodio sulle diatribe interne che videro la Ross “ritoccare” tutte le tracce del disco senza interpellare i due componenti degli Chic, ma questa ‘è un’altra storia) e sulla produzione delle allora sconosciute Sisters Sledge. Terminata la mini intervista lo spettacolo prosegue non a caso con  i brani delle Sisters Sledge intitolati “He’s the greatest dancer” (forse conosciuto dai più giovani nel campionamento “Gettin ‘Jiggy Wit It “  di  Will Smith) e “We Are Family”.

Dall’album dei ricordi vengono riproposte per l’occasione la canzone degli Chic “Soup For One” alternata con “Lady” (Hear Me Tonight) dei Modjo (al cui interno è presente una campionamento della chitarra della stessa “Soup For One”) e “Like a virgin” di “Madonna”.

Foto concerto Nile Rodgers/Chic Roma 8 settembre 2016

A questo punto lo spettacolo continua con le produzioni targate Rodgers  che vedono “Lost in music” (altro estratto dall’album  “We are Family” delle Sister Sledge),   “Notorius” dei Duran Duran   (la band di  Birmingham  ha sempre ammirato gli Chic e addirittura John Taylor ha riconosciuto in Bernard Edwards il suo mentore) e il brano “Spacer” di “Sheila & B. Devotion”,  ancor oggi gettonatissimo e campionato  anche nel nuovo millennio nel disco  “Crying at the Discotheque ” degli Alcazar.

La set-list decisamente ricca comprende anche “Thinking of You” (sempre dalla discografia targata Sister Sledge) nonché il brano l’inedito di Nile Rodgers e Chic intitolato “I’ll Be There” e “Get Lucky” del duo francese Daft Punk, quest’ultima canzone particolarmente cara a Nile perché (spiega al pubblico) la sua realizzazione è avvenuta dopo la sua battaglia contro il cancro diagnosticatogli qualche anno fa e fortunatamente vinta.

Video 2013 Daft Punk Get lucky

La scaletta non concede tregua al pubblico di Piazza del Popolo con la band che suona due brani del repertorio Chic: “Chic Cheer” e “My Forbidden Lover” e ovviamente la mitica “Let’s dance”, che assume un particolare significato anche per il pubblico vista la recente scomparsa del mai dimenticato David Bowie.

Foto concerto Nile Rodgers/Chic Roma 8 settembre 2016

La grande festa si avvia quindi al termine ma prima di congedarsi Mr. Rodgers e gli Chic (supportati in maniera egregia dall’Ensemble Symphony Orchestra) regalano le due perle più preziose del loro repertorio, ossia “Le Freak” e  “Good times” alternata con “Rapper delight” (quest’ultima un campionamento  di “Good Times” del gruppo hip pop Sugarhill Gang risalente sempre al 1979 ) e sulle ultime note dell’ultima canzone in scaletta  lo staff di Radio Capital (fra i quali scorgiamo anche un Roberto D’agostino intento a fare foto alla chitarra di Rodgers) che sale sul palco insieme ai musicisti per congedarsi tutti insieme dal pubblico di Piazza del Popolo, appagato dall’incredibile serata che lo ha riportato in qualche modo ad un’era passata che speriamo possa tornare.
“Viva gli Chic”

Video 1978 Chic "Le Freak"

Freddy Mercury 70…

 

 

Come blog dedicato alla musica vintage 80 e 70 mi sembra doveroso allo scadere di questo 4 settembre 2016 dedicare un ricordo ad una delle figure musicali più importanti degli ultimi quarant’anni, ossia Farrokh Bulsara  alias Freddy Mercury,  visto che proprio oggi ricorre  l’anniversario della nascita di questo personaggio che tanto ha dato e tanto darà ancora alla musica rock e non solo.  Mercury, prima di chiamarsi “Mercury” nasce come  Farrokh Bulsara e vive  un’infanzia decisamente non comune tra Zanzibar, dove nasce da una famiglia indiana trasferitasi lì a causa del lavoro del padre (cassiere della Segreteria di Stato per le Colonie) e l’India dove trascorre gran parte della sua infanzia per questioni di studio  per poi tornare di nuovo a Zanzibar fino all’età di 18 anni, quando in seguito alla rivoluzione di Zanzibar, si trasferisce   con la famiglia in Inghilterra, vicino Londra. Qui studia come design grafico,  e sarà in questo periodo che conoscerà grazie a Tim Staffel, un suo compagno di corso   che suona il basso e canta in un gruppo chiamato Smile, i due membri restanti del gruppo, ossia il chitarrista Brian May e il batterista Roger Meddows-Taylor, futuri compagni di una vita. Freddy svolgerà l’attività di cantante in un’altra band e sarà solo dopo la defezione di Staffell (che non crede al successo degli Smile) che si unirà a May e Taylor nel 1970 ribattezzando lui stesso il gruppo come Queen (ne disegnerà anche il famoso logo)

 

e più o meno nello  stesso periodo  cambierà il suo cognome da Bulsara a Mercury.  Ai tre Queen si unisce anche il bassista John Deacon e da quel momento è storia, una storia che ha visto i Queen (senza nulla togliere al resto del gruppo) identificarsi prevalentemente nella figura di Mercury, un vero e proprio istrione  mutato  costantemente negli anni e che, nonostante una carriera solista  interessante con virate persino nel mondo della lirica (insieme al soprano spagnolo Montserrat Caballé)  darà il meglio di sé proprio con la sua band di sempre, per la quale ha scritto  capitoli  indelebili nella storia del rock.