Musica spaziale: dagli esordi della sperimentazione alle luci della “Disco”

I primi anni ottanta sono stati rappresentati musicalmente da molte band caratterizzate dall’uso  preponderante di strumenti elettronici a discapito di quelli classici che avevano contraddistinto il rock classico nelle decadi precedenti.

Questo approccio tecnologico in campo musicale che negli anni ottanta avrà il volto di band come Depeche Mode e Human League potrebbe far risalire le sue radici più lontane al cosiddetto “Space Rock”,  nato tra la fine  degli anni sessanta e gli inizi dei settanta, quando gruppi come  Pink Floyd o anche Bowie del periodo “Ziggy Stardust” inserirono nei loro testi riferimenti a tematiche spaziali accompagnate dall’uso sempre più frequente di sintetizzatori.

Lo “Space rock”  aprirà la strada alla cosiddetta “musica cosmica” che farà dei  sintetizzatori un vero e proprio marchio di fabbrica, il cosiddetto kraut-rock tedesco, appellativo coniato dalla stampa anglosassone per identificare appunto la “Kosmische Musik” rappresentata da gruppi come “Tangerine Dream” e “Kraftwerk”.

Audio. Tangerine Dream - Zeit (1972) FULL ALBUM

Negli anni successivi questa nuova corrente musicale s’espanderà comprendendo altri sottogeneri e pur non  presentando tratti distintivi sempre univoci  avrà come riferimento le tematiche spaziali/futuristiche. L’ulteriore evoluzione  di questo genere verrà  apostrofata anche come “space music” ed annovererà  artisti come  il greco Evangelos Odysseas Papathanassiou alias Vangelis (precedentemente tastierista degli “Aphrodite’s Child”) e il francese “Jean Michel Jarre” (figlio del più noto Maurice Jarre).

Video. Jean-Michel Jarre - Oxygene, Pt. 4 (1976)

Anche l’Italia non resterà  insensibile alle nuove tendenze  e a testimonianza della validità di alcune band nell’ambito della “musica spaziale” una menzione speciale meritano gli “Automat” , un  duo romano che sulla scia dei colleghi più illustri come i già citati Tangerine Dream, realizza nel 1978  un disco di musica elettronica con richiami a tratti “progressive”  che nulla ha da invidiare ad altre grandi band blasonate dell’epoca.

Audio. Automat - Automat (1978)[FULL ALBUM]

Alcuni artisti  non catalogati ufficialmente in questa nuova ondata musicale  hanno preso ispirazione dalla cosiddetta “musica spaziale”  e fra questi gli “Alan Parson Project” (ricordate l’album “I Robot”?) e il nostro connazionale “Giorgio Moroder”, uno dei massimi esponenti della musica elettronica che in qualche modo rappresenta uno dei raccordi  tra questo filone musicale spaziale e la nascente musica “disco”, che  andranno a confluire in un’altra ramificazione denominata “spacedisco”.

Audio. Giorgio Moroder - Battlestar galactica (1977)

Saranno i musicisti francesi ad avere molto rilievo in questa ultima fase della musica spaziale di derivazione disco: “Cerrone” con il suo futuristico 45 giri “Supernature”, il gruppo dei “Rockets” nati proprio in questo contesto futuristico, gli “Space” (band della quale i “Daft Punk” possono essere identificati come una sorta ideale di pronipoti) e la cantante francese “Sheila b and devotion” che con il brano intitolato non a caso “Spacer” omaggia questo “sottogenere” che da lì a poco chiuderà i battenti all’alba degli ottanta e con lui terminerà il suo ciclo di esistenza tutto il genere “space”.

Video. Cerrone - Supernature (1977)               

 

Video.   Space - Magic Fly – (1977)
Per la set list completa dei video clicca qui
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“A celebration” U2: 40 anni e non sentirli

 

 

In questi giorni si parla molto della “celebrazione” dei quarant’anni di attività degli U2, una delle rock band più famose al mondo, e mi sembra quindi doveroso focalizzare la mia attenzione specialmente sulla loro ascesa negli anni ottanta. Le origini della band risalgono al 1976, quando il batterista Larry Mullen (all’epoca quattordicenne) mette un annuncio nella scuola “Mount Temple School” di Dublino per formare una band al quale rispondono il chitarrista David Howell Evans, alias (The Edge), suo fratello Dick Evans, Adam Clayton che suona il basso e infine un giovane cantante/chitarrista di nome Paul David Hewson, soprannominato Bono Vox (da un negozio di apparecchi acustici di Dublino, il Bonavox). Il gruppo decide di chiamarsi “Feedback” e successivamente “The Hype”, riducendo poi l’organico a quattro elementi dopo la defezione di Dick Evans che nel 1978 formerà da lì a poco i “Virgin Prunes”.

A questo punto la band cambierà nuovamente nome (questa volta definitivamente) e si chiamerà “U2”, (suggerito dal cantante della band punk rock The Radiators Steve Averill) come l’aereo-spia americano abbattuto nel 1960 durante una missione di spionaggio nell’Unione Sovietica.

Nel 1978 gli “U2” conoscono Paul Mc Guinness e in questo periodo realizzeranno il loro primo EP “Three”, al quale seguirà nell’ottobre del 1980 l’ album d’esordio intitolato “Boy”, prodotto da Steve Lillywhite. Il divario tra il primo EP è “Boy” è notevole, bisogna infatti sottolineare  che l’operato di Lillywhite è alquanto innovativo e a tal proposito esemplare sarà la produzione del terzo disco di Peter Gabriel, dove ogni suono viene compresso, rielaborato e studiato al millimetro (basti pensare alla batteria di Phil Collins sul brano “Intruder”).  Il marchio di fabbrica del giovane produttore è allinearsi con la musica di tendenza (in questo periodo è la new wave naturalmente) senza snaturare però la personalità originale di ogni artista. Il sound genuino del gruppo così affiora in superficie naturalmente sposandosi perfettamente con le nuove correnti musicali che Lillywhite gestisce con grande maestria: il suono peculiare della chitarra di “The Edge” intrecciata alla voce passionale di Bono e alla potente sezione ritmica delinea già dal principio lo stile unico (anche se non ancora maturo) della giovane band irlandese che può già contare nel proprio repertorio futuri evergreen come “I Will Follow” e “A Day Without Me”.

Gli U2 nel 1981 proseguono il loro percorso sotto i migliori auspici con una serie di concerti e un nuovo album in cantiere (sempre sotto l’egida di Lillywhite): “October”, che vede la luce nel mese di ottobre è un disco considerato di “transizione”, sulla falsariga dell’album d’esordio, anche se ne fanno parte gioielli come  “Gloria” e la struggente “October” che dà il nome all’intero album.

Squadra vincente (almeno fino al 1983) non si cambia e, sempre supervisionati dal produttore dei dischi precedenti  esce finalmente “War”, il terzo Lp simbolo di una forte ripresa da parte della band rispetto ad “October” e un passo in avanti rispetto alla produzione generale, specialmente sul piano dei testi dai quali traspare un impegno politico già in canzoni simbolo come “Sunday Bloody Sunday”, e dove finalmente esplode la vera intensa  voce di Bono. La promozione del nuovo disco sarà coadiuvata da un tour documentato dall’album live “Under a Blood Red Sky” e dal video “Live at the Red Rocks”, quest’ultimo registrato il 5 giugno 1983 durante il concerto di Denver (Colorado) nella splendida cornice dell’anfiteatro roccioso di “Red Rocks”.

Video. U2 Sunday Bloody Sunday at Red Rocks 1983

Arriviamo così al 1984,  anno della svolta che permette alla band di Bono e compagni un salto di qualità con l’album “The Unforgettable Fire”. La band decide in questo nuovo lavoro di cambiare produttore, non perché insoddisfatta di Lillywhite, ma perché intimorita di restare ancorata all’immagine di una classica band rock del momento, cercando quindi nuovi orizzonti musicali, e chi meglio del genio di Brian Eno e del suo allora sconosciuto collaboratore, il canadese Daniel Lanois? Il nuovo duo imprime il suo tocco magico udibile già dal suono della chitarra di The Edge, che si fa più eterea e meno compressa, mentre i testi sono meno diretti e assumono una maggiore struttura poetica (un esempio su tutti è sicuramente “Bad”). Lanois è la controparte di Eno in questo disco, il primo infatti mantiene un atteggiamento più convenzionale rispetto al secondo che si contraddistinguerà sempre per il suo inconfondibile spirito avanguardistico; un team che  fonderà così  il rock puro stile U2 e la musica sperimentale. Sarà proprio il brano “Pride” (prima traccia dell’album) a farmi conoscere questi musicisti irlandesi nell’inverno del 1984, proprio quando il gruppo non ancora famoso in Italia è in procinto di esibirsi per la prima volta nel nostro Paese, come vediamo in questo filmato d’epoca dove Rick Hutton annuncia l’imminente tour di ottobre nelle città di Bologna e Milano in una puntata della  trasmissione di Rock Report andata in onda su Videomusic nel 1984, anche se per la cronaca queste date verranno   slittate a febbraio dell’anno dopo (clicca qui per recensione della data di Bologna).

Videomusic - Rock Report (Ottobre 1984)

Con l’avvicinarsi intanto delle vacanze natalizie del 1984 Sir Bob Geldof, cantante irlandese dei Boomtown Rats, il 24 novembre riunisce a Londra un nuovo supergruppo battezzato col nome di Band Aid, formato dai musicisti pop e rock più famosi del momento per registrare un singolo, i cui proventi della vendita serviranno a raccogliere fondi per combattere il flagello della fame in Etiopia. Potete immaginare che per me e per tanti altri adolescenti dell’epoca era un sogno che si realizzava, poter vedere schierati insieme cotanti artisti; in quell’occasione che tra Simon Le Bon, Boy George, Sting e tanti altri, vedo per l’ennesima volta questo quasi misconosciuto personaggio di nome Bono Vox, che con la sua potentissima voce avrebbe negli anni a venire messo in ombra molte tra quelle stelle del momento che in quel giorno registrarono “Do They Know It’s Christmas?”.

Video.  Band Aid "Do They Know It's Christmas?" 1984

Sempre sulla scia del progetto “Band Aid” il 13 luglio 1985 nelle città di Londra (Stadio di Wembley) e Filadelfia (Stadio JFK) viene organizzato un super concerto dei musicisti più famosi del pianeta: il “Live Aid”. Sarà proprio questo evento storico che dimostrerà a tutto il mondo la potenza degli U2 e il grande carisma di Bono che, al pari di Freddy Mercury, in quella giornata catalizzerà l’attenzione del pubblico presente a Wembley e quello davanti ai teleschermi di tutto il mondo.

U2 Live Aid 1985

Dopo il Live Aid anche al sottoscritto il nome “U2” e il personaggio di Bono cominciano ad essere sempre più familiari e i primi mesi del 1986 confermano la presenza costante del cantante anche fuori dal contesto del suo gruppo, come l’apparizione in veste di ospite speciale nel nuovo video degli irlandesi Clannad intitolato “In the life time”.

Da quel momento in poi non ho più notizie della band fino alla primavera del 1987 quando le emittenti televisive e radiofoniche cominciano a trasmettere un nuovo brano intitolato “With or without you” che anticipa l’uscita di quello che sarà il disco più famoso degli U2, ossia “The Joshua Tree”, che sancirà la collaborazione col duo Eno/Lanois, anche se  le tracce qui presenti avranno un suono meno sperimentale e più fisico (una sorta di viaggio nelle radici del rock americano). Questa volta  a differenza delle precedenti produzioni, i mass-media nostrani dedicano più attenzione ai musicisti irlandesi, promuovendo inoltre il loro imminente tour europeo che vedrà come prima tappa assoluta proprio la città di Roma e a seguire Modena con altre due date. Questi concerti comunque non avranno molta risonanza se paragonati a quelli degli anni a venire e a riprova di questo l’annuncio di un dj (purtroppo non ricordo la stazione radio) che una settimana prima dell’evento diceva di affrettarsi perché i biglietti per il concerto romano stavano finendo, e stiamo parlando di uno stadio relativamente piccolo come il  “Flaminio”, dalla capienza approssimativa di 30.000 spettatori (oggi impensabile per gli U2).

Proprio di questo concerto romano degli U2 si parlerà anche negli anni successivi, in particolare tra i residenti del quartiere Parioli, spaventati la sera di quel 27 maggio 1987 dall’eccessiva potenza sonora  e decibel tanto alti che fecero tremare le loro abitazioni (c’è chi pensò a scosse di terremoto) .

L’anno successivo è la volta dell’album “Rattle and Hum” e dell’omonimo film documentario sul tour statunitense di “The joshua tree” che esce anche nelle sale cinematografiche. Il disco alterna ai live estratti dal tour anche inediti come la bellissima “All i want is you” il cui video è girato sulle spiagge di Ostia (una curiosità per gli appassionati: Paola Rinaldi, la protagonista del clip in questione,  è l’attrice che qualche anno prima aveva interpretato la fidanzata di Carlo Verdone nel film di Alberto Sordi “In viaggio con papà”).

Dopo l’uscita di “Rattle and Hum” gli U2 sono di nuovo in concerto con il “The Love TownTour” (appendice del “Joshua Tree Tour”) che tocca l’Australia e alcune città europee salutando così gli anni ottanta.

Il percorso lastricato d’oro però non finisce qui: la band che dopo la cover “Night and day” di Cole Porter (i cui proventi andranno in beneficenza) realizzano nel 1991 “Achtung Baby”, un disco ancora più radicale dei precedenti, dove è presente una forte influenza della musica elettronica: sarà infatti lo stesso Eno (ancora qui in veste di coproduttore insieme a Lanois) ad incoraggiare la band per spingersi oltre rispetto a quello già fatto in precedenza. Il successo del disco è paragonabile a quello di “The Joshua Tree”, seguito da un tour mastodontico (Zoo tour) che girerà tutto il mondo (ovviamente Italia compresa) e durante il quale uscirà in contemporanea anche un altro disco intitolato “Zooropa”.

Nel corso degli anni successivi seguiranno brani come “Until the end of the world”, colonna sonora dell’omonimo film di Wim Wenders e “Hold Me, Thrill Me, Kiss Me, Kill Me” inserito nella colonna sonora come “Batman Forever”, mentre per il successivo album bisognerà attendere il 1997 con  “Pop”.

Il nuovo millennio si apre con “All That You Can’t Leave Behind”, dove ricompaiono Eno e Lanois affiancati questa volta da altri produttori.

Il 2004 è l’anno di  “How to Dismantle an Atomic Bomb” al quale segue “No Line on the Horizon” (2009) e l’ultimo “Songs of Innocence” pubblicato nel 2014.

Nel 2016 gli U2 sono una band ancora attiva e proprio in questi giorni di festeggiamenti sta preparando ai suoi fan un nuovo regalo: l’uscita di “Songs of Experience”, il nuovo album al quale   contribuirà in alcune fasi del missaggio anche   lo storico produttore Steve Lillywhite, mentre per l’anno prossimo è previsto il nuovo tour.

Happy birthday U2

Video. “40” live at the Red Rocks 1983

Le mie pietre miliari: “Depeche Mode “The Singles 81-85”

La pubblicazione (prevista per l’11 novembre 2016) di un nuovo super cofanetto di dvd che comprenderà la videografia completa degli intramontabili Depeche Mode, mi ha riportato alla mente uno dei “fari guida musicali” determinanti nella mia fase adolescenziale: la raccolta di successi intitolata “The Singles 81-85”.

Sembra ieri quel lontano pomeriggio autunnale del 1985, quando in una delle mie passeggiate al centro storico di Roma mi dirigo verso il negozio di dischi Ricordi (oggi scomparso), ubicato in via del Corso in prossimità di Piazza del Popolo e dell’ex-cinema Metropolitan. Entrando noto tra le novità discografiche una musicassetta che ha per copertina una foto in primo piano dei DM e una didascalia che reca il titolo “Depeche Mode The singles 81-85”. Devo precisare che allora già nutrivo un certo interesse per i “Fab four” dell’elettronica e non possedevo nulla della loro discografia. Quale occasione migliore per colmare questa lacuna dell’acquisto di un “greatest hits”?

Bisogna inoltre puntualizzare che prima dell’uscita di “Violator” la “discografia”  dei Depeche Mode in Italia non veniva pubblicizzata al livello dei cosiddetti gruppi “mainstream”, di conseguenza anche i  tour erano ospitati  nella maggior parte dei casi in location poco capienti, con apparizioni televisive misurate col contagocce e proprio a tal proposito consiglio di visionare questi due estratti di interviste risalenti al 1983, con protagonisti Mike Bongiorno e Red Ronnie.

Video. Superflash Canale 5 1983

Video. Be Bop a Lula Italia Uno 1983

Prima dell’era internet per tenersi aggiornati in campo musicale bisognava comprare o al limite farsi duplicare dischi/cassette (sempre che qualche amico le possedesse e non era così in questo caso) acquistare riviste ed ascoltare radio e televisione, sperando di “captare” quello che i mass-media proponevano. Provvidenziale in questo frangente fu “Videomusic”, la prima stazione televisiva italiana che (ricalcando il modello dell’americana Mtv) nell’aprile del 1984 aprì i battenti trasmettendo videoclip musicali 24 ore al giorno (all’epoca una novità assoluta nel nostro Paese) e uno di questi  fu proprio “People are People” dei Depeche Mode. Il brano  aveva una base musicale pop elettronica con  sfumature decisamente industrial e trattava il tema  della perenne incomprensione reciproca che può sfociare nell’intolleranza o nell’odio immotivato. La traccia era accompagnata da un videoclip in bianco e nero con i quattro membri della band intenti a pseudo manovre su un vecchio incrociatore, il tutto corredato da inserti di filmati d’epoca della seconda guerra mondiale.

 Video. Depeche Mode People are People 1984

“People are People”, anche se a posteriori non viene considerata come l’opera summa della band, per me fu un vero “coup de foudre”, che da quel momento in poi spostò la mia attenzione sui successivi lavori della band come “Master and Servant”, brano dance che nel testo rimanda a giochi sadomasochistici come metafora dei divari sociali che sempre più attanagliavano (e attanagliano) la  società contemporanea.

Il lato A della mia musicassetta comprata nel mitico negozio della Ricordi

A fine estate i Depeche sfornano così il loro quarto l’album intitolato “Some Great Reward” dal quale vengono estratti   altri due singoli: “Blasphemous Rumours” (che incontra  problemi con la censura dell’epoca per il testo provocatorio sulle tematiche inerenti alla religione) e la ballata “Somebody”, altro classico della band cantata da un ispiratissimo Martin Gore.

Una chicca  che per questioni anagrafiche solo un fan della prima ora può ricordare fu un’intervista alla vigilia del tour italiano per la promozione del nuovo Lp, quando  l’onnipresente   Videomusic mandò in onda dal luna park di Firenze (ancora  la ricordo distintamente)  un’intervista rilasciata da  Martin Gore e David Gahan su delle macchinine a scontro.. da vedere assolutamente!!!

Video. Intervista Depeche Mode a Firenze nel 1984

Fino al quel fatidico ottobre del 1985 invece non ebbi molte notizie di quelli che sarebbero diventati i miei idoli musicali per più di vent’anni tranne che per i singoli “Shake the disease” (ancora oggi uno dei brani più amati dai fan) e “It’s Called a Heart“, singolo che non avrà nessun seguito e che Gore e compagni rinnegheranno negli anni a venire

Il lato b…

“The singles 81-85” è sicuramente un ottimo inizio per chi non conoscesse ancora questo gruppo ormai divenuto vera e propria band di culto, e rende perfettamente l’idea del percorso intrapreso in quei cinque anni  a partire dai primi lavori rappresentati nelle prime tre tracce: “Dreaming of me”, “New Life”“Just Can’t Get Enough”, appartenenti al periodo di Vince Clarke (fondatore dei Depeche Mode) per proseguire con la seconda fase (che vede la defezione di Clarke sostituito come paroliere principale da Gore) rappresentata dai singoli “See You” e “Leave in Silence”.

Il 45 giri “Get the Balance Right!” segna l’entrata ufficiale nel 1983 di Alan Wilder riportando la band a una formazione di quattro elementi e sarà proprio con Wilder che i Depeche Mode matureranno un loro stile palesato nell’immortale “Everything Counts”, seguito dal 45 giri “Love, in Itself”.

Il resto come sappiamo è storia.

 

BONG!

Stranger things: tra fantascienza e musica attraverso una “porta” temporale sugli anni ottanta

 Foto – fonte internet

 

Curiosando su internet noto sempre più con piacere che molti siti volgono il loro benevolo sguardo verso le decadi passate rendendole dei tributi con programmi, film o serie tv, e proprio al tal proposito alcuni amici (conoscendo la mia passione smodata per gli anni ottanta) mi hanno indirizzato verso una nuovissima serie televisiva fantasy/horror ambientata proprio in quegli anni ed  intitolata “Stranger things”.

Gli autori, i fratelli statunitensi Matt e Ross Duffer (classe 1984), hanno omaggiato negli otto episodi della prima stagione in tutto e per tutto  gli anni ottanta e dintorni attraverso citazioni (dirette e non) di alcune pellicole cult dell’epoca come:  “La cosa” di John Carpenter, “Alien” di Ridley Scott, “La casa” di Sam Raimi, “E.T” di Steven Spielberg, “Nightmare” di Wes Craven, “Stati di allucinazione” di Ken Russell, “It” di Tommy Lee Wallace e “Stand by me” di Rob Reiner.

Evitando accuratamente i famigerati “spoiler” posso anticipare solo che il racconto di “Stranger things” si sviluppa in quel di Hawkins, una  tranquilla cittadina (fittizia)  dell’Indiana, dove il dodicenne Will Byers  scompare in circostanze misteriose, e sarà proprio questa sparizione il fulcro da dove si dipanerà la trama.

Da spettatore ho apprezzato di questa serie (che fra l’altro si avvale di due presenze importanti come Winona Ryder e Matthew Modine)  la sceneggiatura decisamente originale, supportata (ed è questo uno dei suoi punti di forza) da una colonna sonora creata a firma di  Kyle Dixon e Michael Stein (con echi che ci riportano ad artisti come Tangerine Dream e John Carpenter) e da brani d’epoca  accuratamente scelti che vedono artisti tra i quali New Order,  Joy Division, Foreigner, Echo and the Bunnymen e tanti altri.

Essendo un consulente musicale è stata troppo forte la tentazione quindi di stilare una mia lista di canzoni immaginando di inserirle come colonna sonora per un ipotetico racconto ambientato anch’esso nella metà degli anni ottanta, con  protagonisti dei teenager americani di una cittadina “x” degli Stati Uniti dove accadono  eventi misteriosi.

Per chi ha visto la serie (e come me è in attesa della seconda stagione) sono curioso di sapere se la mia personale  set-list potrebbe adattarsi a un racconto come “Stranger Things” e, per chi ancora non la conoscesse, vorrei si godesse questa “sequenza” di  brani scelti dal sottoscritto con la speranza che  il tutto vi sia gradito.

Buon ascolto

The Doors "Strange days"

Yes “Owner of a Lonely Heart”

The Psychedelic Furs "Love my way"

Tuxedo moon "In a manner of speaking"

Gary Numan "Down in the park"

The Cure " A short term effect"

Wang Chung   "Dance Hall Days"

Animotion: “Obsession”

Eurythmics " This City Never Sleeps”

Peter Gabriel "We Do What We're Told (Milgram's 37)"

Nile Rodgers e la grande festa della musica a Roma con Radio Capital

 

Ieri sera 8 settembre 2016, nella suggestiva cornice di Piazza del Popolo a Roma, ho potuto assistere al concerto del grandissimo Nile Rodgers   e dei suoi Chic, invitati da Radio Capital per festeggiare il ventesimo anniversario della famosa emittente radiofonica che trasmette (anche su canale televisivo) la musica vintage che da sempre mi appassiona.

 

Archivi Rai 1979: gli Chic ospiti del programma 
televisivo “Tilt” con Stefania Rotolo

La piazza alle 20:00 è già stracolma, anche se scommetto che alla domanda “Conosci Nile Rodgers?” diverse persone (almeno qui in Italia) scuoterebbero la testa ignorando la sua esistenza, ma sono altrettanto sicuro che basterebbe fischiettare alcune canzoni dove questo musicista è comparso come produttore o interprete per svelarne subito l’identità. Bisogna infatti puntualizzare che la carriera di questo artista (nato a New York nel 1952) risale ad oltre quarant’anni fa, anche se i primi grandi successi arriveranno verso la seconda metà degli anni settanta quando, insieme al bassista Bernard Edwards e al batterista Tony Thompson, fonderà nel 1976 (in veste di co-autore e chitarrista) gli “Chic”, una band orientata verso una commistione di musica funk/dance ed R&B.

La festa di Radio Capital ha inizio con i dj che intrattengono il pubblico romano attraverso le loro set list di brani vintage accuratamente scelti per l’avvenimento e intanto a sorpresa arriva prima della sua performance anche il grande Mr. Rodgers che, con il suo sorriso inconfondibile, fa capolino sul palco salutando i presenti per poi tornare immediatamente nel backstage.

I dj storici di Radio Capital a turno fanno gli onori di casa, fra cui  una Vladimir Luxuria in piena forma che   galvanizza ulteriormente la serata, mentre contemporaneamente sul palco si accingono a prendere postazione i 60 elementi dell’Ensemble Symphony Orchestra (chiamati in questa eccezionale occasione  per coadiuvare la band di Nile Rodgers)  i quali prima dell’arrivo del grande ospite mostrano il loro talento eseguendo una cover strumentale di “Music” (brano del 1977 di John Miles)   e accompagnando la cantante Meezy (vincitrice  il talent promosso da Radio Capital) nella cover del brano degli Eurythmics “I saved the world today”).

Dopo altri saluti e doverosi ringraziamenti i dj lasciano spazio al clou della serata con lo show degli Chic che vede in apertura “Everybody Dance”, seguita a ritmo vorticoso da “Dance, Dance, Dance” e “I Want Your Love”, tre cavalli di battaglia inclusi nei loro primi due album, un doveroso omaggio alle origini della band.

Il pubblico risponde più che positivamente all’energia di Nile Rodgers, il quale estrae dal cilindro anche i brani “I’m Coming Out” e “Upside Down”, che lo videro in veste di coproduttore insieme al compianto Bernard Edwards per la grandissima Diana Ross. Al termine dell’esibizione di queste due hit estratte dall’album “Diana” ed eseguite impeccabilmente dalle vocalist ufficiali, salgono sul palco due dj di Radio Capital (Massimo Oldani e  Paolo Damasio, in arte Mixo) che durante questa breve pausa intervistano Mr. Rodgers proprio sulla storia della collaborazione con la diva delle Supremes (anche se viene omesso naturalmente l’episodio sulle diatribe interne che videro la Ross “ritoccare” tutte le tracce del disco senza interpellare i due componenti degli Chic, ma questa ‘è un’altra storia) e sulla produzione delle allora sconosciute Sisters Sledge. Terminata la mini intervista lo spettacolo prosegue non a caso con  i brani delle Sisters Sledge intitolati “He’s the greatest dancer” (forse conosciuto dai più giovani nel campionamento “Gettin ‘Jiggy Wit It “  di  Will Smith) e “We Are Family”.

Dall’album dei ricordi vengono riproposte per l’occasione la canzone degli Chic “Soup For One” alternata con “Lady” (Hear Me Tonight) dei Modjo (al cui interno è presente una campionamento della chitarra della stessa “Soup For One”) e “Like a virgin” di “Madonna”.

Foto concerto Nile Rodgers/Chic Roma 8 settembre 2016

A questo punto lo spettacolo continua con le produzioni targate Rodgers  che vedono “Lost in music” (altro estratto dall’album  “We are Family” delle Sister Sledge),   “Notorius” dei Duran Duran   (la band di  Birmingham  ha sempre ammirato gli Chic e addirittura John Taylor ha riconosciuto in Bernard Edwards il suo mentore) e il brano “Spacer” di “Sheila & B. Devotion”,  ancor oggi gettonatissimo e campionato  anche nel nuovo millennio nel disco  “Crying at the Discotheque ” degli Alcazar.

La set-list decisamente ricca comprende anche “Thinking of You” (sempre dalla discografia targata Sister Sledge) nonché il brano l’inedito di Nile Rodgers e Chic intitolato “I’ll Be There” e “Get Lucky” del duo francese Daft Punk, quest’ultima canzone particolarmente cara a Nile perché (spiega al pubblico) la sua realizzazione è avvenuta dopo la sua battaglia contro il cancro diagnosticatogli qualche anno fa e fortunatamente vinta.

Video 2013 Daft Punk Get lucky

La scaletta non concede tregua al pubblico di Piazza del Popolo con la band che suona due brani del repertorio Chic: “Chic Cheer” e “My Forbidden Lover” e ovviamente la mitica “Let’s dance”, che assume un particolare significato anche per il pubblico vista la recente scomparsa del mai dimenticato David Bowie.

Foto concerto Nile Rodgers/Chic Roma 8 settembre 2016

La grande festa si avvia quindi al termine ma prima di congedarsi Mr. Rodgers e gli Chic (supportati in maniera egregia dall’Ensemble Symphony Orchestra) regalano le due perle più preziose del loro repertorio, ossia “Le Freak” e  “Good times” alternata con “Rapper delight” (quest’ultima un campionamento  di “Good Times” del gruppo hip pop Sugarhill Gang risalente sempre al 1979 ) e sulle ultime note dell’ultima canzone in scaletta  lo staff di Radio Capital (fra i quali scorgiamo anche un Roberto D’agostino intento a fare foto alla chitarra di Rodgers) che sale sul palco insieme ai musicisti per congedarsi tutti insieme dal pubblico di Piazza del Popolo, appagato dall’incredibile serata che lo ha riportato in qualche modo ad un’era passata che speriamo possa tornare.
“Viva gli Chic”

Video 1978 Chic "Le Freak"

Freddy Mercury 70…

 

 

Come blog dedicato alla musica vintage 80 e 70 mi sembra doveroso allo scadere di questo 4 settembre 2016 dedicare un ricordo ad una delle figure musicali più importanti degli ultimi quarant’anni, ossia Farrokh Bulsara  alias Freddy Mercury,  visto che proprio oggi ricorre  l’anniversario della nascita di questo personaggio che tanto ha dato e tanto darà ancora alla musica rock e non solo.  Mercury, prima di chiamarsi “Mercury” nasce come  Farrokh Bulsara e vive  un’infanzia decisamente non comune tra Zanzibar, dove nasce da una famiglia indiana trasferitasi lì a causa del lavoro del padre (cassiere della Segreteria di Stato per le Colonie) e l’India dove trascorre gran parte della sua infanzia per questioni di studio  per poi tornare di nuovo a Zanzibar fino all’età di 18 anni, quando in seguito alla rivoluzione di Zanzibar, si trasferisce   con la famiglia in Inghilterra, vicino Londra. Qui studia come design grafico,  e sarà in questo periodo che conoscerà grazie a Tim Staffel, un suo compagno di corso   che suona il basso e canta in un gruppo chiamato Smile, i due membri restanti del gruppo, ossia il chitarrista Brian May e il batterista Roger Meddows-Taylor, futuri compagni di una vita. Freddy svolgerà l’attività di cantante in un’altra band e sarà solo dopo la defezione di Staffell (che non crede al successo degli Smile) che si unirà a May e Taylor nel 1970 ribattezzando lui stesso il gruppo come Queen (ne disegnerà anche il famoso logo)

 

e più o meno nello  stesso periodo  cambierà il suo cognome da Bulsara a Mercury.  Ai tre Queen si unisce anche il bassista John Deacon e da quel momento è storia, una storia che ha visto i Queen (senza nulla togliere al resto del gruppo) identificarsi prevalentemente nella figura di Mercury, un vero e proprio istrione  mutato  costantemente negli anni e che, nonostante una carriera solista  interessante con virate persino nel mondo della lirica (insieme al soprano spagnolo Montserrat Caballé)  darà il meglio di sé proprio con la sua band di sempre, per la quale ha scritto  capitoli  indelebili nella storia del rock.

John Carpenter approda a Roma

 

Un appassionato di film horror come me non ha potuto esimersi dall’assistere, la sera di domenica 28 agosto,  al concerto del mitico John Carpenter: uno dei registi fanta/horror più rappresentativi della cinematografia internazionale degli ultimi quarant’anni.
Lo show, che ha avuto come cornice l’Auditorium del Parco della musica a Roma, è iniziato come da programma in perfetto orario, con la band (tutta rigorosamente vestita di nero) che sale sul palco insieme al mito (perché tale è) che, con andatura lenta  si è recato alla sua postazione (tastiera/synth) seguito dal figlio Cody Carpenter (tastiere/sintetizzatori) e dal figlioccio Daniel Davies (chitarra principale), coadiuvati  a loro volta da una seconda chitarra, basso e batteria per completare la formazione.
Come supporto all’esibizione rigorosamente live vengono proiettate su un grande schermo posto alle spalle della band scene dai film che hanno dato fama al regista statunitense; quale migliore inizio di  “1997 Fuga da New York“?

Il pubblico, quasi in delirio reagisce alle immagini del mitico Jena Plissken (Snake in originale, alias Kurt Russell, attore feticcio di Carpenter)  come un bambino eccitato alla visione del suo eroe preferito. L’idea  di “rafforzare” la musica con l’ausilio visivo di queste pietre miliari che riportano molti dei presenti (compreso il sottoscritto, naturalmente) all’età adolescenziale risulta decisamente azzeccata.
Lo show procede alternando  alle colonne sonore i brani del nuovo disco “Lost Themes II”, anche se al sottoscritto il concerto più che una promozione dell’ultimo apprezzato lavoro inedito sembra un tributo (doveroso) ai suoi intramontabili lavori da regista.
Carpenter  prosegue il suo viaggio a ritroso nel tempo  suonando altri capolavori come “Distretto 13 – Le brigate della morte” (esiste una famosa versione “house” realizzata alla fine degli anni ottanta dai Bomb the bass)  
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Dai Duran Duran ai Police attraverso il genio di Godley & Creme

Parlando di videoclip negli anni ottanta è quasi d’obbligo menzionare il genio visivo del duo inglese “Godley & Creme”, i quali nascono artisticamente come musicisti negli anni sessanta e fra le varie esperienze sicuramente da menzionare la loro militanza nel gruppo dei “10cc” (pochi non ricordano la favolosa “I’m Not In Love”).

Verso la fine degli anni settanta i due artisti lasciano i “10cc” diventando così ufficialmente “Godley & Creme” e continuando la loro carriera come band musicale fino alla fine degli anni ottanta, affiancano la loro attività di registi per videoclip. Uno dei primi lavori ad avere una certa eco mediatica è il video “Fade to grey” dei Visage” (vedi l’articolo precedente), anche se il vero successo in campo visivo arriva nel 1981 con “Girls on Film” dei Duran Duran”, dove vengono riprese modelle seminude in atteggiamenti decisamente osé  (ne esiste una versione non censurata).

“Godley & Creme” iniziano così fruttuoso cammino, tanto che  i Police, (all’apice della loro carriera) gli affidano la direzione di Synchronicity II (sigla fra l’altro del programma musicale “Musica è!” andato in onda su Italia uno nei primi anni ottanta)

nonché del brano “Wrapped Around Your Finger”e  l’indimenticabile  “Every Breath You Take” in un bianco e nero da autore.

Il gruppo (del quale Sting è ormai leader indiscusso)  affiderà inoltre al duo la regia di un loro concerto intitolato “The Synchronicity Concert”, e in seguito lo stesso Sting li richiamerà per dirigere il promo del suo primo singolo da solista intitolato “If You Love Somebody Set Them Free”

La richiesta da parte degli artisti più in voga dell’epoca si fa così sempre più numerosa e il duo realizza una serie di video ancora oggi programmati e omaggiati da tutte le reti specializzate come il clip  “The Power of Love” dei   Frankie Goes to Hollywood

o il rivoluzionario “Rockit” di Herbie Hancock.

“Godley & Creme” non dimenticano comunque di essere innanzitutto dei musicisti e  proseguendo parallelamente la loro carriera confezionano nel 1985 un video tratto da una loro canzone che rimarrà nella storia del videoclip e al quale molti registi si ispireranno (in Italia una nota marca di yogurt  li copierà per un famoso spot) e che porta il titolo di “Cry”, dove vengono rappresentati dei primi piani di volti in bianco e nero in continua sovrapposizione fra loro, creando un effetto visivo mai apparso prima.

Maccheroni elettronici per i Kraftwerk

kraftwerk pocket Il titolo  mutuato da un famoso disco del mitico Alberto Camerini, (sicuramente nei primi anni ottanta estimatore ispirato ai Kraftwerk)  mi permette di introdurre una simpatica esibizione italiana di questo gruppo tedesco fondato negli anni settanta e oggi ancora attivo, che visse tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta un successo mondiale tale da ispirare gruppi che di lì a venire sarebbero divenuti a loro volta icone del pop mondiale, primo esempio fra tutti i Depeche Mode.

Il video che introdurrò vede la formazione più conosciuta dei Kraftwerk, quella passata cioè dagli strumenti acustici di inizi settanta all’introduzione di sonorità totalmente sintetiche e che li identificherà  come icone della musica elettronica.

Il programma dove i teutonici pioneri si esibiranno in un brano alquanto bizzarro per l’epoca è intitolato “Pocket Calculator”, contenuto nell’album “Computer World” del 1981, che per l’occasione il quartetto di Düsseldorf  presenta in questa versione italianizzata al mitico programma Discoring, creakraftwerkto da Gianni Boncompagni nel 1977 e  del quale gli over 40 ricorderanno la prima mitica sigla con la Guapa cantata dallo stesso Boncompagani in un rigoroso bianco e nero. A Discoring i Krafwerk vengono introdotti da un ispiratissimo Jocelyn che li presenta come i precursori della musica rock elettronica. Il brano al primo ascolto è alquanto divertente,  visto che la pronuncia ricorda quella dei tedeschi al campeggio nel primo film di Fantozzi,  quindi buona visione del Minicalcolatore Kraftwerkiano.

Il video che uccise la radio

buggles_videokilledI miei fornitori ufficiali di dischi tra il 1979 e il 1985 furono il negozio vicino casa dal nome alquanto suggestivo, Discoteca70, e i magazzini della Standa, dove con 1.500 lire potevi comprare il brano che sentivi almeno dieci volte in una giornata. A Discoteca70 inizierà il mio primo vero viaggio musicale, con l’acquisto del 45 giri che ha precorso gli anni 80: Video Killed the Radio Star, realizzato del gruppo britannico The Buggles.

Il brano, nonostante sia stato pubblicato nel 1979, ha tutte le caratteristiche della tipica canzone anni Ottanta, essendo caratterizzato da una preponderanza di tastiere e sintetizzatori uniti ai tipici strumenti elettrici di matrice rock. Anche il testo è in qualche modo lungimirante, un vero e proprio manifesto sulle potenzialità della televisione nell’ambito musicale a discapito della radio, ormai passata in secondo piano specialmente dopo l’avvento della creazione di MTV, emittente che (e non a caso) inaugurerà le trasmissioni nel 1981 proprio con il video in questione. Mente del gruppo è Trevor Horn, re Mida del pop inglese e produttore successivamente di gruppi come Pet Shop Boys e Frankie Goes to Hollywood, al quale si accompagna il tastierista Geoff Downes.

Piccola curiosità: nel video compare anche Hans Zimmer, collaboratore all’epoca del gruppo (e   successivamente componente degli Italiani Krisma) divenuto conosciuto negli anni a venire per la realizzazione di colonne sonore come L’uomo della pioggia, Thelma & Louise e il Il gladiatore e Il cavaliere oscuro.

Riassumendo: “Televisione 1 – Radio 0”.